La storia di Carmela è simile a tante altre, ep­pure particolare, come è uguale e diversa la vita di tutti. Nata 92 anni fa, figlia di una fami­glia numerosa, orfana di padre. È ancora una ra­gazza quando arriva a  Teramo, come tante sue coetanee, in cerca di lavoro. Una sto­ria ricca di nomi, date e il ricordo di un lontano parente che precedentemente aveva preso con­tatti con qualche famiglia che cercava una domestica. Cercavano «una buona e brava ragazza» che svolgesse un po’ tutti i compiti: bambinaia, dama di compa­gnia, accompagnatrice, domestica.

Ci racconta di quando viveva in casa di  una nobil donna e del figlio» morto a soli 14 anni, oppure del lavoro in casa del mi­nistro …. Alla fine, va in pensione e si ri­trova improvvisamente sola: per più di quindici anni non esce quasi mai dalla sua casa.

Nel dicembre 2013 ci viene segnalata da una conoscente  in questo modo: «Anziana dimessa dalla Clinica … causa pregresso infarto del miocardio, necessita assistenza».

Il primo incontro è cordiale: sempre gentile, un «comandi» infilato un po’ dovunque che tra­disce la sua storia.

«La mia casa – ci dice – è una casa di po­vera gente, perché io ho vissuto sempre povera, modesta, ma è pulita, sa, è la casa degli artigia­ni». Parla di una casa modesta ma pulita per il suo forte senso di dignità; invece si tratta di uno scantinato buio, umido, le pareti nere di muf­fa e di ragnatele, i soffitti ormai senza più into­naco, le finestre a livello stradale. In cucina, per una porta, si sale attraverso una scaletta ripida e scivolosa per il muschio, fino ad uno sterrato pieno di immondizie buttate dalle fine­stre, che Carmela chiama «il mio giardino».

Quando ci offriamo di aiutarla in casa si op­pone con tenacia: «io la ringrazio, ma non si deve preoccupare… sarà una casa vecchia ma è pulita, questi pavimenti, guardi, li passo un gior­no sì e uno no con il petrolio: niente di meglio mi creda! Mica questi prodotti moderni, che mi costano tanti soldi e non puliscono …». È stato già un successo quando abbiamo ottenuto di poter lavare la scaletta del giardino. Ma a preoc­cuparci di più erano i topi di fogna, che infe­stavano lo scantinato.

Carmela durante tutti questi anni aveva imparato a difendersi da loro: metteva un pezzo di legno sopra il water e dandogli la caccia con la scopa. Aveva riesumato anche delle vecchie e rudimen­tali trappole per topi di campagna (quelle con dentro il pezzetto di formaggio).

Ma aveva paura, Carmela , di dirci che così vi­veva male. Aveva paura perché altre persone le avevano detto che non poteva restare in quella casa, che ogni altro posto sarebbe stato meglio, che con un ricovero in ospedale si sarebbe si­stemata per il resto della sua vita. Ma a tutti rispondeva: «si sa quel che si lascia, ma non si sa quel che si trova». Noi siamo certi che la sua non era la paura di una vita nuova; nasceva, al contrario, dalla consapevolezza del destino che l’attendeva: morire soli in cronicario. Anche nei nostri confronti all’inizio c’è stata questa sfiducia: riconoscere, ad esempio, che il problema dei topi andava risolto una volta per tutte era pericoloso per lei. Poteva significare uscire di casa per permettere la derattizzazione e non tornarci più. Per questo è stato necessario ras­sicurarla: «Non vale la pena di chiamare la ditta, lo facciamo noi». Carmela ha accettato. Così è iniziato un nuovo rapporto: le prime confidenze, il racconto delle sue angosce e la paura di mo­rire da sola, dimenticata da tutti: «sa, signorina, questa notte ho pensato: domani mattina dico alla signorina, di prendersi le chiavi di casa per­ché potrei sentirmi male e morire e se mi tro­vano morta dopo tanto tempo, magari tutta ro­sicchiata dai topi …».

Sono iniziati così i gesti di fiducia e di affet­to. Non la avremmo abbandonata mai e questa ha cominciato ad essere la sua sicurezza. «Vede in quel cassetto ho il vestito che mi metterà quando non ci sarò più. È tutto in ordine: lavato e pulito. In questa scatola ci sono tutte le carte. È tutto in regola, lo sa, sono povera, ma per non dare noie a quelli che rimangono quaggiù ho comprato un fornetto al camposanto».

Un giorno, all’improvviso, un fatto nuovo che rompeva con un passato carico di paura e di so­litudine: ci ha chiesto di aiutarla a trovare un’al­tra sistemazione. Ora Gisella vive in una  altra abitazione con Olga la sua badante e un’alta anziana. Così ha commentato il primo giorno della sua nuova abitazione: «che  bello signorina, ma rimarrò davvero qui?» e poi «è troppo onore per me, questo è un posto di “signori “» … e mi avete dato anche la domestica ( Olga la badante da noi  trovata, una ragazza minuta, Ucraina di 50 anni ma con una forza interiore e un cuore immenso ) e la dama di compagnia …. un pò anzianotta Teresa ( cosi si chiama la quasi coetanea di Carmela, anche essa sola ).

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