Abbiamo conosciuto Gianna un po’ per volta in un rapporto quasi quotidiano con lei. Quando è stato richiesto l’intervento di assistenza domici­liare sembrava infatti quasi impossibile seguirla. Aveva 68 anni, allora era ricoverata in una cli­nica per malattie mentali.

Molto calma, soprattutto per l’effetto dei far­maci, ma con un notevole deficit di linguaggio e costretta a letto da un’emiplegia, esito di ictus cerebrale recente. Non era stata sottoposta a trattamento fisioterapico perché i medici ritene­vano impossibile la sua collaborazione. Era, co­me si dice con linguaggio tecnico, in dimissione. Era una di quelle situazioni tipiche per cui l’as­sistenza domiciliare è stata ideata: una persona che ha avuto gravi problemi sanitari, una malat­tia «acuta», tale da richiedere il ricovero ospe­daliero, doveva ritornare a casa perché la sua si­tuazione non richiedeva più la degenza ospeda­liera. Salvo il fatto che, in lei, si sommavano una serie di problemi tali da rendere difficile ad una persona sola, in casa, di assisterla. Di lì a poco avremmo dovuto aiutarla a superare il peso del­la perduta autosufficienza in collaborazione con il marito che era stanco di accudirla. Infatti, or­mai doveva «controllarla» in continuazione per­ché non commettesse «sciocchezze»: lei diceva spesso che era stanca di vivere perché si senti­va invecchiata e brutta.

Anche la situazione della casa gli procurava difficoltà: una stanza senza riscaldamento, all’ultimo piano di un vecchio e cadente palazzo senza ascensore e con i servizi in comune con altre famiglie; una tipica casa non padronale, un po’ in disarmo, del centro storico.

Già da anni, prima ancora dell’ultima crisi, Gianna viveva relegata in quella stanza. Nessuna amicizia. Nei primi incontri con noi non sapeva dire altro che: «dammi una sigaretta» e «ero bella, ora son brutta». Ripeteva queste cose os­sessivamente. Urlava e piangeva se le si negava la sigaretta e, in ogni caso, non rispondeva affat­to alle nostre domande.

Spesso il marito non era in casa. Al nostro ar­rivo, più di una volta, l’abbiamo trovata per terra seminuda, nonostante il freddo, mentre cercava di raggiungere le sigarette trascinandosi sul pa­vimento. Non gradiva che la lavassimo e non pro­testava per l’evidente stato di abbandono in cui si trovava, anzi a fatica riuscivamo a farle cam­biare posizione per evitare le piaghe da decubito.

Cominciammo ad esigere una maggiore cura da parte del marito, a dire il vero, con qualche risul­tato. In seguito cominciò a piacerle di essere pu­lita e curata.

Nonostante il nostro intervento, Stefano, il marito, continuava a lamentarsi e proponeva di ricoverarla per riposarsi un po’; ma per Gianna stare in ospedale era peggio di stare in casa. A volte allora lui la trattava con cattiveria dicen­dole: «Guarda come sei ridotta» e sembrava che quella Gianna fosse un’altra persona rispetto a quella che lui ricordava.

Le fotografie alle pareti mostravano un passa­to diverso: due persone ben curate, con abiti de­corosi, panorami di luoghi di villeggiatura. Ave­vano vissuto per molti anni in Argentina condu­cendo una vita agiata. Dopo un improvviso rovescio economico erano stati costretti a ritornare in Italia con notevoli ripercussioni, però, nel te­nore di vita, oramai a livello di sopravvivenza.  Gianna sembrava tra i due quella che risentiva di più della mutata situazione e già da anni vi­veva «come se fosse già morta», senza interes­si e amareggiata per l’atteggiamento del marito.

La nostra presenza interrompeva l’isolamento in cui tutt’e due erano abituati a vivere e dopo qualche mese cominciammo a notare dei pro­gressi.  Gianna cominciò a farsi lavare, vestire e ad alzarsi dal letto. Chiedeva sempre quando sa­rebbe venuto il fisioterapista. Ci raccontavadi quando era giovane: «Ero bella, dicevano che ero la più bella di tutte, un pittore mi fece il ritratto e quando gli altri lo vedevano volevano conoscermi. Ho fatto la modella e avevo tanti bei vestiti, tutti mi facevano i complimenti per come vestivo. Avevo molti corteggiatori». Rac­contava queste cose con orgoglio ma anche con la tristezza di averle perdute, con il rifiuto di come è adesso.

Abbiamo pensato di vestirla bene e di truc­carla, un po’ di rossetto e di cipria, gli orecchi­ni, si è guardata allo specchio e ha detto: «sono bella». Non è stato un episodio. Una delle atti­vità principali nel rapporto con lei è stata proprio quella di stabilire una relazione nuova con il corpo «di adesso».

Anzitutto per trovare una dimensione nuova, quella del presente. La messa in piega dei ca­pelli, un po’ di rossetto sulle labbra, non alla ricerca dell’impossibile passato, ma per scopri­re una dimensione gradevole dei suoi anni. Non la ricerca giovanilistica e surreale dell’assenza di rughe, ma il recupero della propria storia, della propria espressione, della certezza di in­teressare a qualcuno anche oggi. Non era pre­visto nel «mansionario». Da qualche mese  Gianna ha ripreso ad uscire di casa.

Gianna insieme a Helena la sua badante Ucraina, sono felicemente parte integrante una dell’altra.

 

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