78 anni. Tutta la vita passata in un vecchio appartamento senza ascensore, trat­tata con rispetto e timore dagli altri inquilini. Angela era stata una «signora», la più ricca là dentro. Aveva sposato un noto ingegnere e con lui era entrata nella buona società: ricevimenti, viaggi, gli amici che contano, case di proprietà con tanto personale di servizio: «Avevo i milio­ni, i milioni», questi i suoi ricordi belli.

A cinquant’anni Angela si è ammalata di artrite reumatoide e a poco a poco è stata abbandonata da tutti gli amici, anche dal marito.

Noi l’abbiamo conosciuta quattro anni fa e l’ab­biamo assistita fino alla sua morte avvenuta l’an­no scorso.  Angela allora viveva sola e aveva le gam­be paralizzate, riusciva a spostarsi a fatica con le stampelle. La stanza dove stava tutta il gior­no era la cucina: piccola con al centro un tavo­lino con un cassetto pieno di cose perché po­tesse arrivare a tutto senza alzarsi: orologio, to­vaglioli, forbici, soldi, fotografie. Tutto il mondo in un cassetto. La gente, ormai, era diventata per lei un unico nemico. Il risentimento per l’abban­dono dei vecchi amici si ripercuoteva ormai in modo indistinto su chiunque, anche su coloro che cercavano di avvicinarsi a lei per romperne l’iso­lamento e aiutarla nelle necessità più urgenti: qualche vicina e noi. Ci sentivamo comandare a bacchetta: «Vi pagano per venire qua e allora lavorate come si deve». In altri termini signi­ficava: «Restate qui con me, sempre, a tutto servizio».

Abbiamo cominciato ad andare da lei quattro volte al giorno: al mattino per aiutarla a lavarsi, vestirsi e per fare le pulizie in casa. A pranzo per farla mangiare, darle le medicine e metterla a letto. Dopo pranzo per rialzarla dal letto e la sera per la cena. A questo punto, in genere, vo­leva che rimanessimo lì con lei a vedere la te­levisione.

Angela era riuscita ad organizzare la sua vita «razionalmente»: ogni cosa aveva un suo posto, ogni persona il suo ruolo. La signora che le fa­ceva il bagno, quella che la aiutava ogni tanto in casa, noi per le faccende quotidiane, un nipo­te «parrucchiere delle dive» che le faceva i capelli e così via.

A differenza di altri anziani, il suo attacca­mento agli oggetti di casa nasceva non tanto dal loro potere di evocare il passato, ma da un inso­lito pragmatismo: le servivano al presente e le sarebbero potuti servire «un domani».

All’origine c’era il suo modo di pretendere tutto: non le andava mai bene come pulivamo o quello che compravamo o l’orario in cui arriva­vamo da lei e non era strano che volesse che pulissimo due volte lo stesso pavimento. Qual­che volta lo facevamo.

Una sera, arrivando prima del previsto a casa sua, l’abbiamo sentita dalle scale mentre chia­mava il nome di una di noi. Lo ripeteva come una cantilena, per poi interrompersi appena ci ha sentiti entrare in casa. Non era successo niente, non aveva bisogno di niente, ma chia­mava. Voleva che arrivassimo prima? Da allora abbiamo cercato di anticipare il nostro arrivo da lei e ci siamo accorti che, in nostra assenza, ci chiamava la stesso, come un rito, che serviva ad accorciare il tempo. Poi all’arrivo si metteva a parlare con noi, e riprendeva, rassicurata, a «sgridarci».

Abbiamo voluto molto bene a Angela e pensiamo che anche lei ci ha voluto molto bene. Poi si è aggravata e abbiamo cercato di non lasciarla mai sola neanche la notte. Era, ovviamente, «ille­gale». L’orario di lavoro non lo prevedeva, né avremmo potuto fare lo straordinario. A periodi alterni andò avanti così per qualche mese.

Alla fine è morta come si muore quando si è anziani. Ma «Padrona» di molti amici.

Grazie Angela per la tua lezione di vita e per averci dato modo di affiancarti nel percorso della tua vita.

 

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